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Marzo 14, 2020 9:00 amaMarzo 15, 2020 11:00 pm

TEATRO DELL’OPPRESSO

P A R T I R E O R E S T A R E ?

LABORATORIO CON

Laura Remaschi e Francesca Santangelo


Partire o restare?
Il viaggio è condizione esistenziale imprescindibile del contemporaneo, si è in contatto con le infinite alternative del mondo, ma pur sempre si rimane legati alle radici, al primo luogo che si è incontrato nella nostra esistenza. E’ insieme il desiderio di restare con quello di andare via. Oggi più che in passato è più raro restare, specialmente per le giovani generazioni, in una società sempre in movimento, libera da vincoli e confini spazio temporali, le persone si spostano di più. Ma rimangono i legami culturali, ed affettivi con i luoghi e le persone in cui si è cresciuti o anche solo passati. Sono le radici che ci portiamo dentro e da quelle non ci si stacca mai. C’è un termine coniato per primo da J. Deridda e ripreso in Italia dall’antropologo Vito Teti, per definire tale condizione esistenziale sempre più diffusa nelle generazioni giovani del Sud d’Italia: “Restanza”. Da una sua intervista “Adopero questo termine perché restare non è un fatto di pigrizia, di debolezza: dev’essere considerato un fatto di coraggio. Una volta c’era il sacrificio dell’emigrante e adesso c’è il sacrificio di chi resta. Oggi i giovani sentono che possono esserci opportunità nuove, altri modelli e stili di vita, e che questi luoghi possono essere vivibili. E’ finito il mito dell’altrove come paradiso. L’etica della restanza è vista anche come una scommessa, una disponibilità a mettersi in gioco e ad accogliere chi viene da fuori. Noi adesso viviamo in maniera rovesciata la situazione dei nostri padri e dei nostri nonni. Se un tempo eravamo emigranti, adesso siamo Paese che accoglie i migranti. Etica della restanza si misura con l’arrivo degli altri, con la messa in custodia del proprio luogo di appartenenza, con la necessità di avere riguardo, di avere una nuova attenzione, una particolare sensibilità, per i nostri luoghi ed al tempo stesso vedere il potere trasformato che proviene dal confronto con l’altro proveniente da posti lontani ed anche con quello proveniente dalla propria prospettiva esistenziale.”

METODO:
Il teatro dell’oppresso è un metodo elaborato da Augusto Boal che usa le tecniche teatrali come mezzo di conoscenza e trasformazione della realtà interiore relazionale e sociale. E’ un teatro che rende attivo il pubblico e serve ai gruppi di “spett- attori” per esplorare, mettere in scena, la realtà che essi stessi vivono.

QUANDO:
Sabato 14 Marzo 1° incontro 8 ore dalle 9:00 alle 18:00
Domenica 15 Marzo 2° incontro 8 ore dalle 9:00 alle 18:00
Forum finale dalle 21 alle 23


Sabato 14 e Domenica 15 Marzo 2020 • h 09:00 – 18:00

 INFORMAZIONI PER PARTECIPARE

email: inventatiteatro@gmail.com • T.: +393290463214 +393334285339

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COSTI:
iscrizione entro il 31 gennaio 80 euro
iscrizione entro il 20 febbraio 85 euro
iscrizione dal 20 febbraio in poi 90 euro

CONDUTTORI:
Laura Remaschi: dottore di ricerca in psicologia sociale e di comunità specialista in psicoterapia umanistica-esperenziale.
Francesca Santangelo: laureata in scienze e tecniche psicologiche, esperta di teatro sociale